La guerra non finisce mai: voci, ferite e consapevolezza dalle vittime civili

Al “Marinelli” un laboratorio promosso dall’Associazione Nazionale Vittime Civili di Guerra

“In un pomeriggio di metà aprile assieme a un gruppo di studenti e studentesse del “Marinelli” ho avuto l’opportunità di partecipare a un laboratorio organizzato dall’Associazione Nazionale Vittime Civili di Guerra, un’associazione che ogni giorno entra nelle scuole di tutta Italia con un obiettivo tanto importante quanto urgente: dare voce alle vittime civili di guerra e sensibilizzare i giovani su un pericolo che, ancora oggi, continua a esistere.

L’incontro si è aperto con la presentazione dei relatori e dell’associazione, seguita da una domanda semplice, ma capace di colpire nel profondo: “Chi muore nelle guerre, oltre ai soldati?”. È stata una domanda che ci ha spiazzati, costringendoci a riflettere su una realtà che spesso diamo per scontata senza comprenderla davvero. Da quel momento, il laboratorio ha assunto un tono sempre più intenso.

Nella prima parte ci è stato spiegato chi sono le vittime civili di guerra e quanto, ancora oggi, il territorio italiano sia disseminato di ordigni inesplosi. Un pericolo silenzioso, invisibile, ma estremamente concreto. Questo concetto è diventato ancora più forte quando una nostra compagna ha letto la testimonianza di una superstite della strage di Torlano di Nimis, operata ad Agosto del 1944 dai nazifascisti: una bambina che vide la propria famiglia venire uccisa sotto i suoi occhi. In quella strage morirono 33 persone, tutte civili inermi. Durante la lettura di questa storia in classe è calato un silenzio totale, carico di emozione. Era uno di quei momenti in cui non servono parole, perché quello che si prova è troppo forte per essere raccontato.

Successivamente abbiamo ascoltato le testimonianze dal vivo di due adulti, che da bambini sono stati gravemente feriti da ordigni precedentemente inesplosi. Le loro vite sono cambiate per sempre. Mentre raccontavano, la loro voce tremava. Nonostante siano abituati a condividere la loro storia, il dolore era ancora evidente, vivo, presente. In particolare, la signora, sopraffatta dall’emozione, non è riuscita a parlare liberamente e ha dovuto leggere il suo racconto. Questo ha reso tutto ancora più autentico, più reale, più difficile da ignorare.

Abbiamo poi visto un servizio del programma televisivo “Le Iene” che raccontava la vicenda di due ragazzi piemontesi, studenti feriti nel 2013 quando avevano la nostra età. Questo è stato forse il momento più sconvolgente. Quei ragazzi avevano trovato un oggetto che non sembrava pericoloso, qualcosa che poteva incuriosire… ma che in realtà era un ordigno bellico. In un attimo hanno perso la vista e alcuni arti. La cosa più inquietante è stata proprio questa: erano ragazzi come noi. Non lontani, non diversi. Questo pensiero ha fatto nascere una consapevolezza forte, quasi spaventosa: potrebbe succedere davvero a chiunque.

A questo punto del laboratorio è stata pronunciata una frase che ha segnato profondamente l’incontro: “La guerra non serve, perché non ci sono vincitori. E soprattutto non smette di uccidere quando finiscono i combattimenti: ancora oggi, le bombe della Prima e della Seconda Guerra Mondiale continuano a fare vittime.”

È stato uno dei momenti più intensi, perché in poche parole racchiudeva tutto il senso di ciò che stavamo ascoltando.

Nella parte finale del laboratorio ci è stata proposta una spiegazione più teorica, che però si è rivelata altrettanto forte dal punto di vista emotivo. Ci sono state mostrate foto e appunti sugli ordigni, diversi tipi di bombe e grafici sulla loro diffusione. Tra le immagini, alcune ci hanno colpito in modo particolare: ordigni costruiti con forme ingannevoli, simili a giocattoli, addirittura a bambole. Oggetti pensati per attirare l’attenzione, soprattutto dei più piccoli. Ancora più sconvolgente è stato scoprire che alcuni di questi ordigni contenevano quantità ridotte di esplosivo: non per uccidere immediatamente, ma per mutilare, per lasciare segni permanenti sulle persone.

Abbiamo anche scoperto che ogni anno, in Italia, vengono ritrovate migliaia di ordigni inesplosi e che solo in Friuli Venezia Giulia, nel 2020, ne sono stati rinvenuti 450. Sapere che questo riguarda direttamente il territorio in cui viviamo ha reso tutto ancora più concreto e difficile da ignorare.

Un altro momento di grande riflessione è stato quando ci è stato detto: “Chissà per quanto tempo, con le tecnologie moderne, continueranno a essere pericolosi i residuati delle guerre di oggi.” Questa frase ha lasciato dentro una sensazione profonda, quasi inquietante. Ci ha fatto capire che la guerra non finisce davvero quando si firma un accordo, ma continua a esistere nelle sue conseguenze, anche a distanza di decenni. È proprio questo uno degli aspetti più difficili da accettare: la guerra non si esaurisce nel momento in cui smettono i combattimenti, ma perdura nel tempo, continuando a colpire persone innocenti.

In conclusione, una volontaria dell’associazione ha parlato della pace. Non come qualcosa di lontano o teorico, ma come una responsabilità concreta che riguarda ciascuno di noi. Personalmente, credo che questo sia stato uno degli insegnamenti più importanti: la pace non è scontata, non è garantita, ma va costruita ogni giorno, anche attraverso la conoscenza, il rispetto e la consapevolezza. Capire che la pace è sempre a rischio senza l’impegno costante di ciascuno significa anche imparare a proteggere dalla guerra e dalle sue conseguenze noi stessi e gli altri.

Questo incontro è stato profondamente toccante. Non è stato solo un laboratorio, ma un’esperienza che ci ha fatto aprire gli occhi su una realtà ancora troppo poco conosciuta.

Credo sinceramente che sia un progetto a cui tutti dovrebbero partecipare. Perché non si tratta solo di imparare, ma di comprendere davvero. In un mondo ancora segnato da tanti conflitti, è fondamentale ricordare ciò che afferma la Costituzione Italiana: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali…”. Dopo un’esperienza come questa, tali parole assumono un significato molto più profondo.

Concludo con un ringraziamento sincero all’Associazione Nazionale Vittime Civili di Guerra, per il lavoro prezioso che svolge con impegno e sensibilità, e alla professoressa Pontecorvo, che con grande attenzione ci ha dato la possibilità di vivere un’esperienza così significativa. Un incontro che non dimenticheremo facilmente, perché non è rimasto solo nella nostra mente, ma soprattutto dentro il nostro cuore.”

(a cura di Giulia Carandente – 3C)