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La lezione di Marini

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Buja nel periodo da fine Ottocento fino alla prima guerra mondiale è stato l'argomento della coinvolgente lezione tenuta mercoledì 3 aprile 2019 nell’Aula Magna “Pasolini” del Liceo dal professor Giuseppe Marini, autore del libro Buja dall’Unità alla Grande Guerra, pubblicato nel 2018. Il professor Marini ha dedicato l’introduzione alla sua lezione al concetto di microstoria. In fondo, tutti gli storici lavorano su realtà locali, e la loro bravura sta nell’inserire le proprie scoperte in situazioni d’insieme. Tuttavia, come diceva Nietzsche, nelle Considerazioni inattuali, è importante non essere microstorici e antiquari, considerando tutto come egualmente venerabile. D’altro canto, la storia è antiquaria e il professore ha raccontato la sua esperienza di lavoro negli archivi di Buja e Gemona. Per sua stessa ammissione, gli archivi sono delle “brutte bestie”, poiché non dicono mai quello che ci si aspetta. Bisogna “lavorarli ai fianchi“, cercando altre fonti. Ad esempio, mentre era alla ricerca di informazioni per il libro Il primo Risorgimento in Friuli, scoprì che mancavano le deliberazioni comunali a Gemona dal 1846 al 1849. A quel tempo c’era la guerra con l’Austria ed era importante capire la situazione. Per questo i conti economici trovati si rivelarono di fondamentale importanza. Un altro esempio è quello di San Daniele, dove si registrarono tumulti contro i provvedimenti austriaci di privatizzazione dei beni comunali nei primi anni ’40. Per capire se ci fossero state proteste anche in altre località, è stato necessario guardare le richieste di rimborso a Gemona nel ’48.

Il libro nasce dall’occasione di celebrare Buja nella Grande Guerra. Dopo un periodo di incertezza dovuto al gran numero di libri di studi militari sulla Grande Guerra, in cui non si racconta ciò che è avvenuto ma quello che era nei progetti degli Stati maggiori, la svolta arrivò quando il professore analizzò le numerose informazioni presenti nell’archivio. L’archivio di Buja si rivelò infatti profondamente diverso da quello di Gemona. Se quest’ultimo straripa delle minute in favore della popolazione del sindaco Fantoni, rimasto dopo l’occupazione austriaca, il primo è invece pieno di inventari ed elenchi minuziosi. Lo scopo dell’amministrazione era quello di documentare i danni di guerra, in modo da far riavere alla popolazione ciò che era andato perso. Buja fu l’unico comune friulano dal 1915 al 1917, data della battaglia di Caporetto, che non ebbe un’amministrazione civica, a causa dei contrasti comunali. Per capire come si arrivò a questa situazione, il libro parte dall’annessione del Friuli all’Italia nel 1866. Tema centrale è la formazione di un ceto dirigente liberale in Friuli e più in generale in Italia. A Buja in particolare si distinse la famiglia Barnaba, formata da tre fratelli: Domenico, Pietro e Barnaba. In quel momento, tuttavia, Buja era un paese cattolicissimo, perciò fin dal primo momento si aprì, tra liberali e clericali, un conflitto senza esclusione di colpi. I preti, in origine antiaustriaci, divennero filoaustriaci a partire dal 1855, quando furono di nuovo in grado di praticare le loro funzioni. Nel 1867 entrarono in vigore le leggi Sabaude, che prevedevano la vendita all’asta dei beni ecclesiastici. La reazione della Chiesa fu durissima e prevedeva la scomunica per i cattolici che avessero partecipato all’asta. Sostenitore della politica intransigente cattolica fu il pievano Pietro Venier. Oltre al conflitto tra liberali e cattolici, la competizione era anche tra le varie frazioni. Buja infatti non è il nome di una località, è un nome collettivo. Bujacomposta da tante frazioni, come quella di Santo Stefano, di Madonna o di Avilla. Ciascuna frazione era in lotta per ottenere la propria rappresentanza. Tutti questi contrasti interni portarono alla paralisi del consiglio comunale e al succedersi di 4 commissari prefettizi.

Altra tematica affrontata è stat quella dei migranti. La questione esamina più in particolare i migranti stagionali, ovvero quelle persone che partivano verso gli Imperi centrali a marzo e tornavano a ottobre. A Buja si verificò a partire dal 1860 una crescita demografica che durò fino al 1911: gli abitanti passarono da 6000 a 11000 e di questi circa 3500 erano migranti stagionali. Per la maggior parte erano fornaciai, che partivano verso la Baviera e l’Austria-Ungheria, paesi industrialmente e tecnologicamente più avanzati. Per stimare i dati sull’emigrazione è utile analizzare la differenza tra popolazione legale e popolazione di fatto: se nel censimento effettuato a febbraio del 1901 la differenza era minima, a giugno del 1911 la differenza era di circa 3400 persone. La dichiarazione di guerra del 1914 colse alla sprovvista i lavoratori impegnati negli Imperi centrali e circa il 40% rientrò immediatamente. Una situazione simile si verificò in tutto il Friuli e ne derivarono problemi di occupazione dovuti alla mancanza di fabbriche. L’occupazione austro-tedesca iniziò dopo Caporetto, “episodio importante dell’autobiografia della nostra nazione”. Nei piani degli austriaci c’era solo la volontà di riguadagnare posizioni più facilmente difendibili dopo che erano stati sospinti indietro da Cadorna, ma si accorsero che era facile penetrare nella pianura friulana. Così iniziò l’occupazione, un saccheggio prolungato che portò alla profuganza di un gran numero di persone. Quello dei profughi fu un fenomeno impressionante ma poco studiato. In Italia non si è mai verificato un esodo così di emigrazione volontaria. Le autorità infatti non volevano che al disordine della ritirata della Seconda Armata si aggiungesse quello dei profughi. Esse continuarono a rassicurare la popolazione dal 24 ottobre fino al 29. I meglio informati scapparono subito e si verificò un esodo di massa. Il numero di profughi tra Friuli e Veneto raggiunse le 600000 unità e le città che ospitarono il maggior numero di essi furono Milano e Firenze. Non fu un fenomeno di classe, poiché scapparono anche i contadini. I profughi venivano tuttavia maltrattati e una testimonianza afferma come venissero denominati “tedescacci”. La voce pubblica sosteneva i profughi, considerati veri patriotti. Coloro che rimasero furono invece fatti prigionieri e non ricevettero soccorsi poiché ritenuti dei traditori. Il governo vietò ai privati di portare soccorsi e per questo in Italia si verificò il maggior numero percentuale di morti tra i prigionieri di guerra.

a cura di Luca Galletti 5A

Destinatari: 
Docenti
Famiglie
Personale ATA
Studenti